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In “Apprendere dall’esperienza” (1962), Bion definisce il termine funzione intendendo “l’attività mentale propria di una certa quantità di fattori che operano in concordanza”( W.R. Bion, 1962, pag.20), mentre il termine fattoreindicherebbe “l’attività mentale che, operando insieme ad altre, costituisce una funzione” (W.R. Bion, 1962, p. 20).

L’autore chiarisce il significato “matematico” del termine, affermando che la funzione è una variabile in rapporto ad altre variabili, nei termini in cui essa può essere espressa e dal valore delle quali  dipende il suo valore. Le funzioni per Bion inoltre, sono delle “funzioni della personalità” inconoscibili di per sé, ma conoscibili per le loro qualità primarie e secondarie, intese in senso kantiano. I fattori invece vengono dedotti attraverso l’osservazione delle funzioni. L’importanza delle funzioni e della loro osservazione, risiede nell’agevolare l’analista al fine di ricavare i fattori che la costituiscono e pertanto, colmare la distanza tra teoria e osservazione. In tutta la sua opera Bion ha cercato di creare un linguaggio comune a tutte le teorie psicoanalitiche, infatti, utilizza una scrittura alfabetica il cui significato se appositamente combinato, crea un senso.

 La funzione alfa

Un esempio riportato da Bion per chiarire la sua teoria è la funzione denominata “funzione alfa”. Essa è una funzione della personalità che opera su tutte le impressioni o percezioni sensoriali e su tutte le emozioni. Se l’attività della funzione alfa è stata espletata, si riproducono elementi alfa come: immagini visive, o immagini corrispondenti a modelli olfattivi, uditivi, etc. Questi elementi poi, possono essere nuovamente trasformati oppure immagazzinati o rimossi. Infine essi vengono utilizzati per formare i pensieri onirici e  i pensieri inconsci della veglia. La funzione alfa comprende dunque i processi di pensiero così come si manifestano nei loro prodotti finali: gesti, parole o formulazioni più complesse.

Se invece, la funzione alfa è alterata, le impressioni sensoriali coscienti e le emozioni provate restano immodificate, e siamo in presenza di “elementi beta”. Tali elementi non sono idonei a pensare, sognare o ricordare, ma sono vissuti come cose in sé e vengono spesso evacuati attraverso il meccanismo dell’identificazione proiettiva. Inoltre, se la funzione alfa risulta deteriorata,  l’individuo presenterà gravi disturbi della capacità di pensare, poiché non riesce a formare gli elementi alfa.

L’adeguato funzionamento della funzione alfa determina secondo Bion, la formazione della “barriera di contatto”, ovvero una parte importante dell’apparato psichico, costituita dall’insieme di elementi alfa che determinano il contatto o la separazione fra coscienza e inconscio. Essa è una membrana semipermeabile che permette l’alternanza dei diversi stati mentali (sonno o veglia) e di avere la nozione del tempo.

Quando sono presenti gravi disturbi del pensiero e quindi il proliferare di elementi beta, abbiamo, al posto della barriera di contatto, uno “schermo di elementi beta”, esso non permette una differenziazione tra conscio e inconscio, tra sonno e veglia.

La funzione alfa è un processo che dipende strettamente dal rapporto che il bambino stabilisce con la madre. La capacità di rêverie della madre secondo Bion consente al bambino di sviluppare la funzione alfa, infatti essa è considerata dall’autore come un “fattore” della funzione alfa.

 

La Rêverie

Bion ha utilizzato la metafora del processo digestivo per chiarire la sua concezione del pensiero, della rêverie e della “funzione alfa”. Egli ipotizza un’analogia tra il latte fornito dal seno materno e l’esperienza emotiva di amore associata alla soddisfazione del bisogno di cibo: il seno infatti, dà al bambino, oltre al latte, “senso di sicurezza, calore, benessere, amore” (W. R. Bion, 1962, p. 64), ed inoltre “la componente psichica –l’amore, la sicurezza, l’angoscia- richiede, con quella somatica, un processo analogo alla digestione” (W. R. Bion, 1962, p.67).

Pertanto, è necessario che la madre si trovi in uno stato di calma recettiva per accogliere le sensazioni e le emozioni “grezze” del piccolo, in particolare quelle che l’autore chiama elementi beta, al fine di facilitarne la trasformazione in qualche cosa di digeribile ed adatto alla formazione di pensieri. Bion (1962) chiama “rêverie” materna il processo attraverso cui nella mente della madre viene dato un significato all’esperienza del bambino, rendendo di conseguenza possibile per egli l’inizio dello sviluppo della capacità riflessiva sugli stati mentali.