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“Si potrebbe fissare il prezzo dei pensieri.

Alcuni costano molto, altri poco.

E con che cosa si pagano i pensieri?

Io credo così: con il coraggio.”

Ludwig Wittgenstein

L’immagine biopsicologica della mente è il quadro entro cui inserire la teoria bioniana. Essa mette in relazione i processi somatici e quelli psichici, il corpo infatti è intriso di vissuti emotivi alle volte dirompenti e discordanti. Il pensiero permette di legare questi vissuti dando loro significato.

In “Apprendere dall’esperienza” (1962) abbiamo il primo modello di sviluppo della personalità proposto dall’autore, in cui vede la crescita della personalità come l’elaborazione del pensiero.

È importante comunque sottolineare che il pensiero a ogni livello è da lui visto in stretto rapporto con la sfera emotiva. Infatti, l’esperienza da cui dobbiamo apprendere per la crescita è appunto “l’esperienza emotiva”. Essa riconduce a quell’insieme di emozioni, sensazioni, pensieri e fantasie inconsce. Inoltre, esiste ancor prima che l’individuo l’abbia come oggetto di riflessione.

Bion introduce il termine “elementi beta” che definisce come le afferenze sensoriali ed emotive grezze, ossia quando esse non sono organizzate entro un pensiero ( W. R. Bion, 1962). L’autore aggiunge, che essi sono come “cose in sé”, oggetti che non possono essere conosciuti dall’uomo e non possono essere utilizzati per i pensieri onirici. Il loro destino è quello di essere evacuati tramite l’identificazione proiettiva o l’acting out. Essi tuttavia,vengono immagazzinati non come ricordi ma come fatti indigeriti. È importante quindi, dare a essi un significato, una forma, altrimenti il risultato sarà un loro irrompere in maniera distruttiva.

La capacità di “metabolizzare” sensazioni ed emozioni grezze è la “funzione alfa”.

In analogia con la funzione somatica della digestione, il suo compito è quello di elaborare i pensieri. Essa è una funzione della personalità che opera su tutte le impressioni o percezioni sensoriali e su tutte le emozioni. Se l’attività della funzione alfa è stata espletata, si riproducono elementi alfa come: immagini visive, o immagini corrispondenti a modelli olfattivi, uditivi, etc. Questi elementi poi, possono essere nuovamente trasformati oppure immagazzinati o rimossi. Infine essi vengono utilizzati per formare i pensieri onirici e  i pensieri inconsci della veglia. La funzione alfa comprende dunque i processi di pensiero così come si manifestano nei loro prodotti finali: gesti, parole o formulazioni più complesse. L’adeguato funzionamento della funzione alfa determina, secondo Bion, la formazione della “barriera di contatto”, ossia una parte importante dell’apparato psichico, costituita dall’insieme di elementi alfa che determinano il contatto o la separazione fra conscio e inconscio. Essa è una di membrana semipermeabile che permette l’alternanza dei diversi stati mentali (sonno o veglia) e di avere la nozione di tempo.

Quando sono presenti gravi disturbi del pensiero e quindi il proliferare di elementi beta, abbiamo al posto della barriera di contatto uno “schermo di elementi beta”.Esso non permette una differenziazione tra conscio e inconscio, sonno e veglia. Il paziente non può sognare e dunque non può nemmeno dormire, né tantomeno svegliarsi.

La funzione alfa è un processo che dipende strettamente dal rapporto che il bambino stabilisce con la madre. Questo rapporto si instaura grazie alla  rêverie: essa è uno stato mentale aperto alla recezione degli stati emotivi del piccolo, è una capacità empatica che riguarda il sentimento e il pensiero, profondamente connessi tra loro. La madre metabolizza ciò che il bambino non è, per il momento, in grado di metabolizzare. Per mezzo di questa elaborazione, ripetuta infinite volte nel corso della prima infanzia, il caos doloroso di sentimenti e sensazioni dal quale il bambino si sente sopraffatto trova risposta e diventa, sopportabile. Molto gradualmente il piccolo introietta questa esperienza di avere un proprio spazio nella mente di qualcuno e di essere capito, ed è questa esperienza che gli permette di sviluppare la propria capacità di pensare, e quindi di avere uno spazio nella propria mente (M. Boston et al., 1996).

Ma cosa accade quando il bambino non ha un oggetto soddisfatorio e questo seno è assente?

Bion sostiene che il bambino abbia un’innata capacità a tollerare la frustrazione, in caso positivo, bonificando gli elementi beta, (ad es. sensazioni dolorose di fame), aprendo così uno spazio di pensiero desiderante, in cui si ha l’immagine dell’oggetto assente e gratificante.

Nel caso invece dell’incapacità della funzione alfa, si genera la presenza di un oggetto cattivo, lanon cosa. Essa è il risultato dell’aggregazione di elementi beta, ossia sentimenti di paura e di persecuzione nei quali si è tramutata la sensazione di fame, che deve essere evacuata. Nella fantasia questo oggetto è stato ferocemente aggredito e viene percepito come mostro interno. Spesso molti pazienti hanno dentro di sé un mondo interiore simile a una sorta di cimitero in cui si agitano spaventosi fantasmi, anche quando sono soli, non lo sono mai veramente poiché sono accompagnati dai loro persecutori interni.

La dinamica dello sviluppo che delinea Bion avviene tramite l’interazione di contenitore e contenuto (). Egli riprende ciò che è stato descritto da M. Klein sull’identificazione proiettiva relativamente alla modificazione delle paure del bambino, in cui proietta nella madre una parte dei propri sentimenti cattivi, e a tempo debito questi sentimenti saranno re introiettati. Pertanto il contenitore sarà ciò in cui viene proiettato un oggetto, mentre il contenuto è l’oggetto che può essere proiettato nel contenitore.

L’operazione di contenimento trova i suoi presupposti nei vissuti soggettivi di funzioni fisiologiche come il rapporto bocca – seno.

Bion parla inoltre di odio (H, hate) e amore (L, love),  fattori intrinseci al legame e subordinati a un terzo fattore la conoscenza (K, knowledge).

Odio e amore sono qualità del legame che si instaura tra due persone, e pertanto modalità di conoscere e di rappresentarsi l’altro. Opposto all’amore  non è l’odio, ma la rottura del legame, ossia la mancata rappresentazione dell’altro. Allo stesso modo l’opposto di K non è l’ignoranza, ma la disgregazione della funzione di pensiero.

Quindi, K, L, e H sono parti del processo di connessione di pensieri.

BIBLIOGRAFIA

Bion W. R., Apprendere dall’esperienza. Roma, Armando, 1962

Boston M. et al., Il lavoro terapeutico con bambini precocemente deprivati, Liguori, Napoli,1996