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Bion in“ Analisi degli schizofrenici e metodo psicoanalitico” letto alla Società Psicoanalitica nel 1957 espone il concetto di attacco al legame. La sua ricerca si muove sul contributo offerto da M. Klein e sostiene che l’attacco al legame esordisce nella fase schizoparanoide, in cui l’oggetto viene percepito come oggetto parziale. In questo periodo, infatti, il lattante ha un rapporto con il seno- madre anche di tipo sadico e distruttivo.

Questo tipo di legame è presente nella parte psicotica della personalità, ed esso si ha quando l’individuo percepisce distruttivo un qualsiasi legame e tra questi anche quello analitico.

L’autore usa il termine “legame” perché vuole esaminare non tanto il rapporto che il paziente ha con l’oggetto quanto alla funzione che questi oggetti svolgono nel rapporto, pertanto osservando il legame si capirà la funzione.

Bion per descrivere meglio il concetto riporta un frammento di una seduta svolta con un suo paziente: “più egli sentiva che io non le accoglievo e più diventavano intense, con la conseguenza che lo sforzo che egli faceva per tornare a metterle dentro di me diventava sempre più drastico  e disperato … più erano violente le sue fantasie di identificazione proiettiva, più io diventavo terrificante. …” ,  l’autore continua il suo pensiero paragonando il rapporto analista- paziente a quello tra la madre e il bambino, spiegando ciò che è accaduto prima, nel suo passato, e ciò che accade durante l’ora analitica:
“se vuole capire quello di cui ha bisogno il bambino, la madre non può limitarsi a considerare il suo pianto semplicemente come richiesta della presenza di lei: secondo il punto di vista del bambino la madre dovrebbe prenderlo in grembo e accogliere la paura che egli ha dentro di sé, la paura di morire, perché è questa che il bambino non è in grado di tenersi dentro.
Questo paziente cercava di staccarla via da sé, insieme alla parte di sé che la percepiva, e mettere tutto in grembo alla madre. Una madre comprensiva é in grado di sperimentare questa angoscia che il figlio tenta di introdurre in lei attraverso l’identificazione proiettiva e di mantenere, ciò nonostante, un sufficiente equilibrio…il paziente si accorge che ha davanti a sé un’occasione unica che non aveva avuto mai in precedenza. L’asperità delle carenze a cui venne esposto diventa perciò più acuta, e così pure più violento si fa il suo risentimento per le privazioni subite in passato. In altre parole, vengono a coesistere sia la gratitudine per l’opportunità concessagli sia l’ostilità per l’analista in quanto persona che non vorrà capire e che rifiuterà al paziente l’uso del solo modo di comunicazione mediante il quale egli sente di poter essere compreso.
Cosicché il legame tra paziente e analista, o tra bambino e la madre, viene a consistere nel meccanismo della identificazione proiettiva. Gli attacchi distruttivi contro questo legame provengono da una fonte esterna al paziente (o al neonato) vale a dire dall’analista (o dal seno). Ciò provoca nel paziente un incremento della identificazione proiettiva, che diviene eccessiva, ed il deteriorarsi dei suoi processi maturativi.” (
pag. 159-160)

In queste parole dell’autore troviamo l’importanza del concetto di rêverie e di identificazione proiettiva già trattato nel saggio la “superbia”; la funzione materna quindi è vista come  funzione essenziale per lo sviluppo psichico del lattante, avere una madre “reale” che sappia ricevere le angosce, le paure, l’odio e l’amore del bambino, e contenere pertanto queste proiezioni.

Inoltre, quando il bambino utilizza l’identificazione proiettiva, ha la possibilità di conoscere gli oggetti, di studiarli ma se viene meno quest’opportunità, perché produce terrore e odio da parte di chi le riceve a loro volta, produrranno nel bambino odio di fronte alle prossime emozioni fino a “l’identificazione eccessiva” che lo condurrà a togliere via da sé una parte importante della sua personalità per relegarla agli altri soprattutto quando sarà difficile gestire quel dato sentimento.

Pertanto questo produrrà l’arresto dello sviluppo e la distruzione del proprio pensiero.

Bion però sostiene anche che quando l’oggetto é percepito sostanzialmente come buono e comprensivo esso può essere trasformato, per opera dell’invidia e dell’odio, in un oggetto dotato di una “divorante avidità” come ad esempio un suo paziente che sosteneva che sarebbe diventato pazzo col suo comprenderlo. L’oggetto qui ha una funzione di un Super Io tirannico che tenta di distruggere l’Io.

Tuttavia, quando il processo di identificazione proiettiva durante il lavoro analitico procede in modo “normale”, e quindi che le parti scisse del paziente vengono proiettate nell’analista e poi per così dire sono bonificate, il paziente in seguito potrà riappropriarsene introiettandole. Queste introiezioni in seguito faranno riconoscere al paziente di aver sperimentato la capacità di contenimento e quindi nascerà la capacità di pensare, di costruire dei legami significati e pertanto di apprendere dall’esperienza.